“Ora, il viaggio tra le fiabe è finito, il libro è fatto, scrivo questa prefazione e ne son fuori: riuscirò a rimettere i piedi sulla terra? Per due anni ho vissuto in mezzo a boschi e palazzi incantati, col problema di come meglio vedere in viso la bella sconosciuta che si corica ogni notte al fianco del cavaliere, o con l’incertezza se usare il mantello che rende invisibile o la zampina di formica, la penna d’aquila e l’unghia di leone che servono a trasformarsi in animali.” Così prendeva commiato Italo Calvino dalla raccolta pubblicata per I millenni di Einaudi, “Fiabe italiane”; una lunga immersione che portò alla luce non solo una dettagliata catalogazione regionale, ma anche topos e funzioni ricorrenti, creando un filo di congiunzione tra culture millenarie, senza più riuscire a distinguere quale versione fosse antecedente rispetto all’altra. Ora, si sa, “the times they are a-changin'”, anche per le fiabe: alcune femministe mal tollerano le principesse salvate, la violenza e il sangue sono da tenere fuori dalla portata dei bambini – “Le novelle della nonna” di Emma Perodi probabilmente oggi non vedrebbero mai la luce – e il lieto fine si confonde nell’ovvietà delle produzioni hollywoodiane; eppure alla loro lettura si torna sempre, proprio perché come ricordava Calvino, “le fiabe sono vere” e nel loro disegno universale ci ricordano la nostra sovversione nell’autodeterminazione, l’amore incontrastato e il bene perduto, la sofferenza e l’eterna metamorfosi delle cose. Maggiore è l’interesse se la ricerca riguarda, come nel caso di “Ó Cunto ‘e Francišchiéllo” (Alessandro Polidoro Editore) di Nino Leone, anche il rimpossessarsi di una lingua perduta.

Dall’indagine di canti, musiche e racconti della tradizione orale, avviata negli anni settanta nei paesi dell’area vesuviana dal Gruppo Operaio É Zèzi – con la collaborazione del maestro Roberto De Simone – è riemerso questo “cunto”, fiaba antica, che raccoglie nell’ intreccio la lampada di Aladino, la lotta tra Ulisse e Polifemo, ma anche elementi della tradizione cristiana e ottomana; un’ulteriore testimonianza di quanto l’Italia, specialmente il suo meridione, sia stata terra di commistione e identità. Della sua trascrizione e traduzione in italiano, si è incaricato Nino Leone, consegnando un valore aggiuntivo alla semplice pubblicazione: non può sfuggire la cura e la scrupolosa catalogazione di appunti fonetici e regole grammaticali che precedono il testo della fiaba, sdoganando ancora una volta il napoletano dal dialetto e ricordandone la natura primigenia, la lingua parlata. È proprio grazie a questa chiave di lettura che la rielaborazione della fiaba risulta attenta, perché eseguita da chi ha studiato con dedizione e fatta propria la partitura di Basile e la musicalità della sospensione e del colore desimoniano. Una scrittura che dal testo fa risuonare negli occhi del lettore la tradizione orale, la ripetitività magica delle formule, la drammaticità dei dialoghi seicenteschi e la comicità dei suoi personaggi.

Un’immersione tra boschi e palazzi, come suggerirebbe Calvino, nella terra “addô šponta a Luna y ó Sole” e nella lingua che abbraccia musiche e suoni del Mediterraneo.

 

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