«C’è chi potrebbe dire che mi avvalgo delle collaborazioni con altri musicisti per sopperire alle mie mancanze, la verità è che amo semplicemente condividere un tratto di vita comune». Canio Loguercio non è un cantautore che ha paura di essere messo in secondo piano, al contrario conserva, dopo più di trent’anni di carriera, l’onestà e la lucidità dell’obiettivo finale per un artista: suonare buona musica, insieme. Imparando a fondere tradizioni differenti, come testimoniano i dischi per Il Manifesto – in particolare Trasmisgrazioni con Kufia, canto per la Palestina – o seguendo la lezione di David Byrne per il suo progetto Little Italy, Loguercio ha tracciato un percorso musicale evitando i sentieri segnati, passando dalla new wave partenope- mediterranea, attraversando lo spoken word fino al cantautorato più classico, senza dimenticare le proprie origini. Dopo aver vinto il Premio Tenco 2017 per il miglior album in dialetto con Canti, ballate e ipocondrie d’ammore, torna con il disco di prossima uscita Ci stiamo preparando al meglio.

Il titolo del suo ultimo album è Ci stiamo preparando al meglio. Qual è questo “meglio”?

«Un meglio da declinare in modo assolutamente relativo, lascio a ognuno il potere di flettere il “meglio” come crede. Non è un titolo ottimista, come potrebbe sembrare dalla prima lettura, non è un riferimento alla felicità, una parola grossa; più che altro vuole essere un modo per esorcizzare il presente, augurando solo un cambio di stato delle cose intorno: che sia anche un affondare, ma con il sorriso»

Per il brano Lacreme Napulitane, che avrà il video con la regia di Alessandro Scippa, ha coinvolto molti musicisti; un modo di lavorare che gli appartiene da sempre. Qual è il suo criterio di scelta per le collaborazioni?

«Non c’è un canone unico, o una condotta prestabilita, diciamo che individuo le persone a istinto: se mi convince quello che vedo, le chiamo per collaborare. Questa canzone è il primo esperimento con la Banda Basaglia, appena contattati si sono dimostrati entusiasti di partecipare al progetto e sono diventati parte indispensabile della sua realizzazione; e lo stesso vale per le cantanti M’Barka Ben Taleb e Laura Cuomo; ma la rielaborazione di Lacreme napulitane ha visto anche la partecipazione di Casbah, una cooperativa che opera per la prevenzione e la riduzione dei fattori di esclusione sociale tra cittadini immigrati: partendo dalle parole scritte da Libero Bovio che costruiscono il brano interamente sulla nostalgia, ho chiesto a ogni immigrato di scrivere una lettera nella lingua di origine alla propria madre, perché non si soffre solo la nostalgia della propria terra, ma anche del tempo passato, che non può tornare. Grazie a questo incredibile contributo di testimonianze, il brano ha seguito un’evoluzione singolare, proprio perché si arricchiva per ogni nuova persona che veniva coinvolta nella stesura; in sostanza, questo modo di comporre penso rifletta bene il mio modo di lavorare: in gruppo, stare con gli altri, ascoltarsi, imparare nuove culture e linguaggi»

Primo linguaggio che utilizza nei suoi testi è il napoletano, anche se è della provincia di Potenza.

«Sono di origine lucana e mi sono trasferito a Napoli una volta iniziate le scuole medie; ho avuto modo di ascoltare il napoletano, parlarlo e studiarlo. Per me è una vera e propria lingua; con tutto il rispetto per i dialetti, è una categoria a parte, foneticamente potentissimo, ti dà possibilità di sperimentare tante cose: giochi di parole, ironia e allusioni; custodisce una ricchezza straordinaria di vocabolario per esprimere il sentimento, perfetta soprattutto per un repertorio come il mio che parla d’amore. C’è possibilità di sorprendersi ogni volta»

Il disco di prossima uscita Ci stiamo preparando al meglio è finanziato da una raccolta crowdfounding. Come mai questa scelta?

«Il crowdfounding è un altro modo di condivisione del progetto, nonché un sostegno dal punto di vista economico, il che non guasta. In questo momento sto cercando di ridurre le spese limitando le sessioni strumentali in studio e utilizzando molti programmi multimediali per comporre, proprio per salvaguardare la mia scelta di indipendenza. Di base ho anche la fortuna di condividere scelte e modalità di lavorazione sul disco con il mio editore, Squilbri. L’opzione di non coinvolgere le case discografiche può costare in termine di mercato e visibilità, ma questo mi permette di stare in una piccola nicchia di musicisti e poeti, che a volte si dilata e a volte si restringe, sentendomi libero da qualsiasi strategia»

C’è stata un’evoluzione del suo stile di composizione in questo ultimo album?

«Dall’incisione di Quasi fosse amore, brano arricchito da un video con i disegni di Chiara Rapaccini, ho introdotto la tromba come strumento cardine. Da allora non riesco a farne a meno, me ne sono completamente innamorato, così ho chiesto a Luca De Carlo dei Tetes de Bois di ripetere l’esperimento per il nuovo disco. Per il resto, il mio modo di comporre e suonare è rimasto lo stesso: avendo soprattutto un lavoro da architetto che mi tiene occupato per la maggior parte del tempo, compongo per strada, seguo le suggestioni e le storie che mi suggerisce la giornata»

Come ha condizionato l’architettura la sua musica?

«L’architettura ti dà la capacità di destrutturare il linguaggio e di capire l’equilibrio della composizione e il punto di stabilità di una bella canzone è quella di essere senza fronzoli, di non aggiungere cose non necessarie tra musica e testi; anche se ammetto di essere un po’ barocco e cerco sempre di non fermarmi all’essenziale: la musica non è solo esercizio di stile, ma deve avere quel quid in più, diverso rispetto al pop corrente del mainstream»

 

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