E’ come in quella scena memorabile di Stand by me di Rob Reiner, quando Gordie Lachance pensa di essere inseguito dal temibile Chopper, il cane/macchina da guerra addestrato per attaccare “Sotto, alle palle!”, e invece si ritrova davanti un innocuo meticcio: “Chopper costituì la mia prima lezione sulla grande differenza che corre tra leggenda e realtà.”. Con una sera allo Sponz fest, avreste potuto guadagnare la stessa differenza tra narrazione e verità, perché se tutto questo doveva costituire “un’esperienza di confronto, di incontro” oppure “un’occasione di pratica di comunità” – come asserisce il suo direttore artistico, Vinicio Capossela –  concretamente si è rivelata un’opportunità autoreferenziale. Tanto che alla fine del festival – state ben attenti a non chiamarlo tale per non urtare la sensibilità dell’artista – viene da chiedersi se la vera identità da scoprire fosse quella dell’Alta Irpinia – “l’osso del sud” come lo chiamava Lina Wertmuller in “Era una domenica sera di novembre”-  o quella del suo coordinatore, perché un bosco come Vallone Cupo è facile da adattare a salotto per gli amici, scenografia da villaggio vacanze per turisti: ottimo vino rosso – servito a temperature polari – e tentativi di cucina tipica rivisitata per venire incontro ai gusti degli avventori settentrionali.

Sono lontani i giorni in cui un’occasione di festa o di rivendicazione, come i concerti di Capossela sulla Piana del Formicoso- che rischiava di essere trasformata in discarica- veniva semplicemente accompagnata da caciocavalli impiccati e prosciutti crudi tagliati tra due fette di pane. A fare da fondale alla wilderness irpina, la musica, come se di programmazione musicale avesse ancora qualche valenza parlare: se per le edizioni precedenti si era conservato almeno un buon grado di selezione, Marc Ribot, Giovanna Marini, Teho Teardo, ecco che per il 2019 si è assistito all’invasione da palinsesto televisivo, tra falsa indignazione e tentativo intellettuale di analizzare il fenomeno: Young Signorino, su tutti; a seguire The Andrè e Enzo Savastano; da replica estiva, non potevano mancare Neri Marcoré e Almamegretta, scongelati per l’occasione come Il dormiglione di Woody Allen; assenti solo Mauro Corona e Bianca Berlinguer.

Tentativo nazionalpopolare che magari avrebbe dovuto strappare qualche biglietto in più, soprattutto dai paesi vicini: invece niente; come non sorprende l’attenzione e la presenza di manifesti per Bianca Atzei qualche giorno seguente a chiusura della manifestazione nella stessa Calitri o la risposta di alcuni abitanti del luogo “no, allo Sponz non ci vengo.”, perché è l’inclusione, la partecipazione o meglio, la voce in capitolo ad essere disfunzionale. Vinicio Capossela con il suo Sponz ha fatto venire in superficie la vera tara della dialettica della sinistra in questi ultimi anni: annunciare la peste – che c’è ed è profonda –  rinchiudersi e raccontare a pochi e agli stessi delle novelle – fossero almeno dal Decameron di Boccaccio. Come se tutto questo non bastasse, si aggiunge il progetto Trenodìa, un corteo composto da prefiche nel tentativo di trasfigurazione della lamentela in pianto per la comunità “per potersi rialzare e tornare ai doveri della vita”. Come mettere Berlin di Lou Reed ad una festa, avrebbe suggerito Lester Bangs. Un’oleografia del sud lagnosa e pesante che non è molto distante dalla pizza e mandolino di Dolce & Gabbana, a cui è sempre molto difficile rinunciare per comodità di riconoscimento e non porsi l’alternativa “Che fare?”.

Intanto la settima edizione è giunta al capolinea, “la musica è finita, gli amici se ne vanno, che inutile serata, amore mio” canterebbe Franco Califano. Scaduti i sei giorni, impacchettati artisti e giullari per il banchetto del re, Calitri si svuota e torna al suo ritratto con la Lega al trenta per cento, disoccupazione e saldo migratorio in rosso. Nessun progetto parallelo nel lungo inverno, né residenze teatrali, né attività di promozione del territorio, ma i bilanci gridano al successo, non chiarendo perché dall’anno prossimo potrebbe non aggiungersi nessuna programmazione: mancati suggerimenti di Ernesto de Martino? Instabilità di fondi? Il sud è diventato un giocattolo troppo vecchio e ingombrante? Stanchezza della direzione? Nell’ultimo caso sarebbe opportuno ricordare al responsabile che è proprio “quando il gioco si fa duro – e qualche critica viene sollevata – che i duri cominciano a giocare”.

(foto pagina facebook Sponz Fest. Credits Roberto Panucci-edizione 2013)

1 commento

  1. Articolo ingiusto. Perché non parlare dell’incontro con Mimmo Lucano? Dubito che l’autrice abbia partecipato al festival. Lo Sponz è un laboratorio di promozione del territorio da anni e (giustamente) il nome di Vinicio Capossela è anche una garanzia per garantirgli una visibilità più facile. Che Calitri sia leghista e il tasso di disoccupazione alto, non è di certo un fattore connesso alla buona o cattiva riuscita del festival. Non mi pare che gli altri festival in Italia abbiano proposto un piano di sviluppo economico efficace che sopravviva anche agli altri periodi dell’anno. Durante la settimana dello Sponz l’Irpinia si riempie di turisti italiani e stranieri, vengono coinvolte associazioni locali, strutture alberghiere, ristoranti, giovani artisti emergenti, progetti artistici legati agli Sprar (ricordo l’edizione dell’anno scorso). Inutile serata? Se è inutile una serata che fa rivivere la mia terra, ben venga l’inutilità.
    P.s. perché l’autrice cita solo il programma musicale delle serate prevalentemente commerciali? (quelle mirate alla vendita di un numero maggiore di biglietti, come succede in ogni evento che poi deve far tornare i conti) Io ho ascoltato anche il rebetikò di due raffinati musicisti greci che cantavano dei migranti greci morti in mare durante la traversata in America, per dirne una. Dissenso senza sostanza (no, i riferimenti culturali dell’articolo non ne argomentano il contenuto)

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