Continua il nostro itinerario nell’introduzione dell’economia circolare in Irpinia. Oggi incontriamo l’ex Deputata Serena Pellegrino, che dopo l’importante esperienza parlamentare ha ripreso a pieno ritmo la sua attività di architetto interessandosi del recupero e della valorizzazione dei centri storici

La vulgata di falsa coscienza di chi propaganda la conversione ecologica di comodo vuole che la questione ambientale sia una vicenda di meri errori morali o di mancanza di innovazione tecnologica. In uno scenario globale, al netto dell’imprevedibile post-pandemia, i ritardi, se non le negazioni degli accordi internazionali dei Summit di Kioto, Rio De Janeiro e Parigi, sono del tutto evidenti e il nuovo contesto competitivo multipolare non lascia presagire nulla di buono.  In tale contesto come può trovare ragione un ripensamento serio del modello di sviluppo bicentenario fondato sullo sfruttamento delle risorse umane e ambientali?

La vicenda pandemica, con le sue terribili conseguenze civili e sociali planetarie, almeno nelle intenzioni, sembra che la si voglia assumere come un’occasione storica per rimuovere le storture e le contraddizioni   di un modello esistenziale che oggettivamente sta producendo sempre più condizioni irreversibili di discriminazione umana e di deterioramento dell’ecosistema. Ma sappiamo bene che questo nobile intento si scontra con quello che è attualmente il modello vincente di globalizzazione che è qualcosa di profondamente diverso da quello che immaginavamo in quanto fino ad oggi ha prevalso quello improntato sulla rimodulazione egemonica geopolitica e non su una prevalenza di governo mondiale del pianeta. E questa pre condizione fa sì che le nuove grandi aree di influenza guardino alla soluzione di questi problemi dal punto di vista del tornaconto di parte per cui si ragiona esclusivamente non più su una ma su più “cortine di ferro” che se da una parte, grazie anche alla rivoluzione digitale, consentono soprattutto la libera circolazione delle merci e dei capitali, dall’altra hanno ampliato il divario democratico e partecipativo dei  cittadini, delle comunità locali e dei singoli Paesi. In sostanza non andiamo verso la scoperta di un’economia civile che guarda agli interessi del bene comune, ma a un surrogato dell’economia politica che è puro “business” di transizione ecologica camuffato.  Una sfida, per quello che ci riguarda come Paese, che naturalmente la si può affrontare solo in un contesto sovranazionale, a partire da quello di prossimità europea.

Veniamo all’Europa, quindi. La Unione Europea sta sempre più assumendo un ruolo di rincalzo nel magmatico scacchiere geo-politico mondiale correndo il rischio che in un vicino futuro diventi una realtà di mera importanza regionale, contesa in modo funzionale dalle nuove superpotenze occidentali e orientali. Questo significa che si riducono anche le grandi intenzioni come quella del “New deal green” ma anche le opportunità di far rispettare parametri di sostenibilità nell’ambito del “WTO”. Una battaglia epocale per la riconversione ecologica globale in tali oggettive condizioni di disparità che credibilità può ancora avere?

L’Unione Europea sconta due limiti strutturali: il non essere un soggetto politico compiuto e l’aver tradotto la sua lunga fase costituente negli anni precedenti alla crisi pandemica l’impegno di solidarietà tra i Paesi della Ue che è stato tradotto in una forma riduttiva, come una sorta di guarentigia di bilanciamento nella distribuzione degli impegni senza un vero vincolo politico e morale, o quantomeno valoriale. Questo è avvenuto con l’inserimento del pareggio di bilancio nelle costituzioni dei singoli Paesi che ne fanno parte o con le politiche di accoglienza e integrazione dei migranti. Non si può pensare di riproporre il modello del “New deal”, come viene enfaticamente definito dai vertici dell’Unione, un programma che intende accompagnare e guidare il complesso processo di transizione in chiave ecologica che guarda ancora alla sola crescita del PIL con la falsa coscienza della forma “green”. C’è bisogno, invece, di avere come denominatore di base la cultura della coscienza del limite cioè di iniziare a “parametrare” quanto sia strettamente necessario, in quanto c’è una cultura dell’assuefazione alla voluttuarietà dell’eccedenza che vede il mercato non come uno strumento economico-sociale ma come un fine di civiltà. Il modello realmente nuovo dovrebbe essere una vera riconversione culturale riformulando la scala delle nostre stringenti necessità e dei nostri bisogni invertendo la rotta rispetto al passato. Lo sviluppo sostenibile è stato uno dei primi assunti dei movimenti ambientalisti europei già a partire dagli anni settanta, il ministro Giovannini lo vorrebbe addirittura inserire nella Costituzione, ben venga, ma oggi posto in questi termini è una palese contraddizione insita nel cosiddetto industrialismo green. Sono trascorsi oramai tre decenni dall’inizio della globalizzazione e ancora c’è chi artatamente confonde il concetto di sviluppo con quello di progresso, dove solo  il secondo delinea il vero senso sociale della  parola. Lo ha spiegato in modo magistrale più di cinquant’anni fa Pier Pasolini.

Il grande intellettuale ci porta a occuparci del nostro Paese. Nella sua fattiva attività parlamentare ci sono alcune proposte di legge, che la vedono come presentatrice, riguardanti la problematica del contenimento del consumo del suolo e la declinazione penale del reato ambientale. Due meritorie iniziative che ci fanno intendere come su queste problematiche in Italia sia ancora necessario rafforzarne l’aspetto “difensivo”, di contenimento, in quanto nonostante la prospettiva della nuova frontiera della riconversione ecologica vi sono situazioni strutturali oggettivamente da ostacolo.

Le due proposte di legge a cui ha fatto riferimento si legano a altrettante esigenze di fondo. Una ideale che si raccorda alle grandi battaglie sostenute in Italia da associazioni, movimenti, istituzioni locali e liberi cittadini che si sono richiamati a un’altra idea del nostro Paese, quella, cioè, che voleva una pianificazione urbanistica regolamentata e sottratta alla grande speculazione edilizia e concepire l’habitat urbano e rurale in un unico contesto di salvaguardia e di sviluppo. Questa impostazione avrebbe certamente evitato le profonde dicotomie strutturali del nostro territorio nazionale che vedono una opponente diseguaglianza nel rapporto tra il Nord e il Sud e tra le arre costiere metropolitane e la dorsale delle zone rurali interne. Anche in questo caso la costruzione del tessuto urbano che ha fatto seguito alla ricostruzione post bellica non ha seguito la strada dell’interesse generale ma quello del business politico, spesso anche malavitoso, che ha devastato il nostro equilibrio antropico-sociale territoriale facendolo precipitare in una condizione di non ritorno tanto che per restituirlo alle nuove generazioni in modo dignitoso occorreranno ancora anni di duro impegno. Il degrado speculativo delle città ha quindi trascinato quello di prossimità delle aree rurali utilizzate in modo funzionale per la grande infrastrutturazione fino a giungere al vero e proprio biocidio di diversi territori, a partire dalla cosiddetta Campania felix.

Lei è di origini pugliesi, quindi ha sempre avuto uno sguardo “meridionalista” nella sua attività di impegno politico e istituzionale. Nelle regioni meridionali la politica ecologica del trattamento dei rifiuti da parte dei governi regionali è stata sostanzialmente improntata su una indistinta realizzazione impiantistica industriale che è in netta contraddizione con la prospettiva di una economia sistemica circolare che mira a non produrre rifiuti o quantomeno a portarli a km zero in un rapporto di compatibilità con i singoli territori, in particolare rurali. Questa filosofia ha portato in Campania, a sette anni dall’emanazione della nuova legge regionale sui rifiuti, a non realizzare alcuna soluzione, a un conflitto diffuso con le popolazioni e le istituzioni locali e a far pagare ai cittadini gli alti costi di esportazione del servizio.

Nel Mezzogiorno le regioni sostanzialmente hanno compiuto la scelta adottata dall’Unione Europea e dai Governi italiani dell’industrialismo green e questo paradigma non ha risparmiato anche discutibili condivisioni in alcuni settori dell’associazionismo ecologista. Esso si fonda su una fuorviante semplificazione che punta a corrispondere al bisogno maggiormente d’impatto e cioè quello di eliminare i rifiuti prodotti senza minimamente intaccare la cultura e il sistema che li genera. In questa logica non solo non si persegue l’obiettivo universale del “rifiuto zero” o della filiera corta, ma trasforma gli scarti, le eccedenze in materia prima, in combustibile per un’impiantistica che ha una seconda finalità, quella di generare economia, attraverso utilizzi funzionali come quello dei fertilizzanti in agricoltura o di adduzione alle reti energetiche. Favorire questo modello che non riserva alcuna attenzione alla democrazia e alle compatibilità dei territori significa ottenere solo una vertenzialità diffusa tra istituzioni e cittadini e non risolvere alcuno dei tanti problemi aperti. Le zone rurali interne del Mezzogiorno hanno caratteristiche diverse da quelle a forte concentrazione urbana per cui non si possono realizzare Piani regionali dei rifiuti uniformi che poi, puntualmente, anche per le difficoltà ad agire in autonomia da parte degli Enti d’Ambito, si rivelano di difficile realizzazione, come il caso Irpinia mostra in modo del tutto evidente.

Le sue ultime parole ci portano, quindi, in questa terra. La riconversione dell’economia circolare da parte del sistema produttivo, in particolare quello primario, è ancora in una fase propedeutica. Il progetto sperimentale di rilievo europeo promosso dal GAL Partenio “Embrace”, che fa da un po’ da cornice a questo nostro viaggio nell’introduzione dell’economia circolare in Irpinia realizzato con la testata de “Il Ciriaco”, ci dice che occorre andare oltre la cultura del frammento e protendere per un’assunzione culturale per fare rete territoriale.

Riprendo il ragionamento che facevo all’inizio circa la contraddizione del cosiddetto industrialismo ambientale per dire che anche per quanto concerne la complessa materia dell’economia circolare dobbiamo capire se si tratta solo di un adeguamento d’occasione o davvero puntiamo a creare veri nuovi paradigmi sistemici che incidono culturalmente e socialmente sui rapporti produttivi territoriali. Credo che l’obiettivo anche in questo caso sia di lunga lena ma non per questo dobbiamo dilazionare nel tempo un impegno divulgativo e sperimentale come ha fatto in modo pioneristico, direi, il GAL “Partenio” con il progetto “Embrace” nell’areale di pregio agricolo del “Greco di Tufo”. Anzi oltre al fondamentale coinvolgimento delle aziende del settore di filiera primario, che in questi contesti sono ancora sospesi tra tradizione e innovazione, credo che sia importante l’aver delineato un progetto di rete territoriale che ha coinvolto anche le istituzioni e gli altri soggetti operanti in quest’ambito.

Onorevole mi rifaccio ad altre sue interessanti proposte di legge che riguardano la creazione di una Commissione di inchiesta sulla morte del compianto Pier Paolo Pasolini e l’introduzione della “Bellezza” nei Principi fondamentali della Costituzione. Come si tengono insieme queste due istanze che apparentemente possono sembrare così distanti ma che invece credo abbiano un loro afflato?

Pasolini è nato nella terra dove io vivo fin da bambina, il Friuli, ed è in quel contesto di realismo e di civiltà contadina che egli ha avuto gli spunti di ispirazione per decantare, quando pochi lo facevano nel nostro Paese, la bellezza della terra, dei luoghi ancestrali dove il sogno esistenziale si conciliava maggiormente con la potenza della natura. La bellezza per lo scrittore era, quindi, una visione esistenziale da realizzare con gli occhi della mente, del cuore che consentiva di cogliere la purezza, l’essenza delle cose e delle azioni umane. La bellezza è insita nella natura, nei lineamenti di un bosco o nelle geometrie della tessitura di un ragno. È solo dell’Uomo, invece, ad essere in grado di produrre assieme alla bellezza, che matura attraverso un atto creativo, anche il controcanto della bruttezza. In questo tormento tutto interiore probabilmente si cela la chiave per capire i tanti misteri che ancora avvolgono quella tragica vicenda. Quando ho pensato di formulare la proposta di inserire la Bellezza nella nostra Costituzione l’ho fatto relazionandomi anche all’idea di bellezza pasoliniana che vedeva nel paesaggio, nei beni ambientali, storici e culturali del Paese una traccia millenaria di identità storica forgiata anche dalle contaminazioni culturali delle numerose invasioni che il nostro Paese ha, in un certo senso, non solo subìto ma metabolizzato ed elaborato positivamente. L’aver proposto di inserire la Bellezza nel primo articolo della Costituzione, associandolo all’elemento fondativo del lavoro, ha voluto rappresentare proprio questo significativo elemento di unicità identitaria.

Onorevole concludiamo, allora, richiamandoci a quello straordinario incipit de “L’ Idiota” di Dostoevskij quando afferma che “(…) la bellezza salverà il mondo”. Lei crede davvero che la Bellezza possa essere “rivoluzionaria”?

Si, ne sono più che mai convinta, una rivoluzione concreta e invincibile, fatta alla luce del giorno come elemento necessario. E per dirla alla Camus la Bellezza da sola non fa le rivoluzioni ma viene un giorno in cui le rivoluzioni hanno bisogno della Bellezza. Oggi è più che mai quel giorno.

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