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  • Venerdì 28 Luglio 2017 - Aggiornato alle 10:57

Terremoto, Ventura: la ricostruzione? Deve coinvolgere tutti, anche i bambini

Lo storico, originario di Teora, spiega i punti di convergenza tra la tragedia del Centro Italia e quella dell'Irpinia sulla quale dice: e' una narrazione non ancora conclusa

«Una ricostruzione partecipata, che coinvolga tutti anche i bambini, è l'unico strumento per una rinascita di intere comunità rase al suolo da un terremoto».
A parlare è Stefano Ventura, giovane docente di storia originario di Teora, collaboratore dell''Osservatorio sul Doposisma della Fondazione MIDA (Musei Integrati dell'Ambiente) di Pertosa e della Fondazione Officina Solidale Onlus, amministratore del sito ORENT (Osservatorio sui rischi e gli eventi naturali e tecnologici – Università di Siena), autore di diverse pubblicazioni sul sima dell'Irpinia. Solo per citarne alcune, "Non sembrava novembre quella sera. Il terremoto del 1980 tra storia e memoria, Mephite, 2010, prefazione di Antonello Caporale, I ragazzi dell'Ufficio di Piano. La ricostruzione urbanistica dopo il terremoto in Irpinia, I frutti di Demetra. Bollettino di storia ambientale (n.22-2010), Oltre il rischio sismico. Valutare, comunicare e decidere oggi, Carocci, Roma, 2015 (con Fabio Carnelli).

Amatrice, Accumoli, Sant'Angelo dei Lombardi, Lioni. In tanti hanno visto molte analogie tra i comuni del centro Italia e quelli d'Irpinia. Solo suggestione per il drammatico destino comune?
«No, siamo di fronte a territori molto simili tra loro. Paesi delle aree interne dell'Appennino, quelle zone dell'osso come le definì Rossi Doria resi diversi forse dalle epoche così distanti in cui il terremoto le ha messe alla prova. I comuni devastati oggi avevano trovato nel turismo il volano della loro economia, cosa che nell'Irpinia del 1980 era impensabile. In comune c'è il rischio perenne proprio dell'Appennino, sia per quanto riguarda l'alta sismicità che la tenuta idrogeologica, e lo spopolamento come problema quotidiano».

Anche questa volta, come già accaduto nel 2009 a L'Aquila, popolazioni e amministratori colpiti chiedono di non fare la fine dell'Irpinia. Perché a distanza di 36 anni fa ancora tanta paura il post terremoto di Avellino?
«Perché la narrazione che si è fatta del terremoto in Irpinia ha evidenziato solo gli sprechi e l'incremento della camorra negli appalti, di ditte di dubbia professionalità, di corruzione. Nessuno racconta ad esempio che i cittadini irpini e lucani dovettero aspettare 36 ore prima di vedere un militare in quelle zone, prima di ricevere un soccorso. E gli stessi irpini si rifiutano di raccontare quella storia, non c'è un centro di documentazione né un museo della memoria. Insomma è evidente che i conti con quella storia non sono chiusi, forse perché quei personaggi che l'hanno gestita sono ancora in piena attività politica».
Manca un luogo della memoria, ma anche uno della ricerca. Basti pensare che il Centro per l'innovazione del monitoraggio ambientale di Sant'Angelo è attualmente fermo.
«Certo, mancano perché qui il terremoto non ha unito ma diviso. C'è l'osservatorio di Pertosa che è ben lontano dal comuni del cratere, il Cima è stato chiuso per le troppe influenze della politica in tutte le attività: fu voluto da un assessore regionale che, una volta terminato il suo mandato, nessuno ha pensato di continuare a tenerlo in vita. Altrove gli ex amministratori, in questo il Friuli è da esempio, hanno creato consorzi e musei mettendo insieme tutti».

Oggi si dice "ricostruire dov'era e com'era". Concorda?

«Secondo me il principio fondamentale da seguire è quello del coinvolgimento delle popolazioni. Un tecnico esterno, anche di fama mondiale, rischia di mettere in discussione la storia stessa dei paesi colpiti. Come accaduto in alcuni comuni irpini dove sono stati realizzati progetti architettonici anche all'avanguardia ma che nulla hanno a che fare con il passato. Bisogna ascoltare tutti a partire dai bambini, anche loro possono dare il proprio contributo alla ricostruzione. In Irpinia anche i cittadini hanno avuto la loro responsabilità, preferendo case più grandi con posto auto dislocate fuori dai centri storici. Questo ha condizionato molto lo sviluppo e lo spopolamento dei nostri paesi».

Il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti assicura che non si ripeterĂ  lo scandalo della ricostruzione in Irpinia, Renzi che ogni centesimo sarĂ  monitorato. Come dovrebbe funzionare il controllo sui finanziamenti che arriveranno a pioggia?

«Anche in questo caso la filiera che funziona meglio è quella del rapporto diretto tra amministratori, cittadini e tecnici. Ovviamente ci vorrebbe una semplificazione di tutto il sistema, meno burocrazia e più efficienza. Dove la legge è ingarbugliata si infiltra la malavita, ci vogliono norme che dicano con chiarezza chi fa cosa e come deve realizzarla, magari creando liste di tecnici che possano gestire pochi appalti per volta, vagliare fino al midollo le ditte che dovranno partecipare alla ricostruzione e mettere in campo strumenti, come fatto in Emilia, in grado di monitorare i finanziamenti ricevuti nel loro utilizzo quotidiano».
Dalla sua esperienza in materia, quale è la ricostruzione meglio gestita?

«Sicuramente quella dell'Umbria nel 1997 ha funzionato perchĂ© basata su meccanismi di comunicazione e condivisione delle scelte. Il Friuli va senza dire ha tratto addirittura beneficio perchĂ© le attivitĂ  industriali e produttive hanno avuto uno slancio con la ricostruzione. Anche in provincia de L'Aquila ci sono esempi virtuosi dove la progettazione partecipata ha restituito ai cittadini quel che immaginavano. Sono loro i protagonisti della tragedia e loro devono essere gli attori della rinascita. Vanno resi consapevoli dell'esito della ricostruzione attraverso una chiamata di responsabilità».
Ancora una volta però, a distanza di quasi quattro decenni dai tremila morti irpini, parliamo del dopo terremoto e non del prima. Perché?
«Il discorso sulla prevenzione è molto complicato. Siamo in un periodo di spending review, di finanziamenti al contagocce e i sindaci preferiscono investire in opere direttamente visibili al cittadino elettore. Mettere in sicurezza un comune è un'attività che può durare anche anni e anni, e viene percepita come politicamente svantaggiosa rispetto ad interventi come la creazione di una piazza o l'organizzazione di un festival. Nessun amministratore lo fa perché non vede un tornaconto immediato. Il rischio è che passato il clamore, il lutto, il dolore, senza una campagna culturale a tappeto che coinvolga tutto il Paese, la prevenzione tornerà ai titoli di coda del dibattito politico. Purtroppo ogni volta che un terremoto colpisce l'Italia è come se ci trovassimo a condividere una malattia, e chiediamo quale medicina prendere. Ma non c'è mai un reale trasferimento di esperienze, nessuna ricostruzione diventa patrimonio collettivo».

Gli edifici, le piazze, le case si possono ricostruire. E le comunitĂ ?
«La ricostruzione delle comunità è il lavoro che richiede più cura e più tempo. Coinvolgere tutti, rendendo utile l'apporto di tutti. In Cile negli anni '80 dopo un terremoto furono coinvolti finanche i bambini a cui l'acqua veniva distribuita in contenitori trasformabili. Piccoli esperimenti di coinvolgimento utili anche ad elaborare dolore e paura. Non si sentirono solo come i soggetti più deboli da accudire, ma erano parte, attraverso le loro creazioni, del processo di rinascita delle loro comunità. I gruppi di cittadini con un sistema di partecipazione continua, possono uscire addirittura fortificati da esperienze così drammatiche. Non come accaduto in Irpinia dove si è persa la memoria di quel che accadde dopo il 23 novembre 1980».

Ultima modifica ilMartedì, 30 Agosto 2016 22:00

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